crocerossine - cral 2018

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LA  GUERRA LA FANNO GLI UOMINI, MA LA PERDONO LE DONNE
Cento anni fa, quando, in tempi brevissimi, travolti dagli eventi, tutti gli uomini in grado di combattere o di poter in qualche modo essere utili furono chiamati alle armi, toccò a noi donne lontane dal fronte delle trincee e dei combattimenti, combattere un’altra guerra non meno faticosa ed estenuante.
Fabbricammo i proiettili e li portammo nelle gerle, guidammo i treni e i tram, recapitammo la posta, insegnammo con l’alfabeto l’amor di patria, spiammo il nemico, conservammo le famiglie unite, curammo le ferite dei soldati al fronte che distruggevano le proprie vite e quelle altrui, ci trasformammo in madrine di guerra e dispensammo sorrisi e parole con le nostre cartoline, lavorammo in fabbrica per sostituire i nostri uomini, costruimmo bombe e munizioni, ma anche tessuti per le divise e pelli per le scarpe e quando non ci fu più pelle costruimmo le suole con il legno, troppo pesanti per i sentieri montani oppure con i cartoni pressati che al primo gelo si indurivano e facevano male…
Donammo i nostri pochi gioielli per la patria, finimmo nei bordelli di guerra a concedere ai soldati qualche momento di piacere in mezzo alle lordure del fronte.
Ci fu anche chi, travestita da uomo, riuscì a farsi arruolare e per qualche tempo condivise con gli uomini l’orrore della trincea. Ci fu chi quell’orrore lo descrisse armata di macchina fotografica, di carta e penna.
Ci fu chi cadde prigioniera del nemico e finì nei campi d’internamento austriaci per aver insegnato l’amore per la propria patria ai bambini e chi, nei campi d’internamento italiani ci finì perché insegnava ai bambini l’amore per la pace e non si rassegnava all’ineluttabilità della guerra.
Ci fu chi pagò con la galera la propria indipendenza considerata pericolosa e per i propri atteggiamenti considerati ribelli, finirono in galera sulla base di pregiudizi che consideravano di dubbia moralità il fatto che fossero artiste, pittrici, pianiste, che consideravano intollerabile una donna che decideva di vivere sola o controcorrente.
Diventammo spazzino, campanaro, cantoniere, pompiere, barbiere, boscaiolo, tassista.
Ci rimboccammo le maniche e affrontammo il pericolo della miseria, ci ingegnammo a preparare minestre saporite con le bucce dei legumi, ci spingemmo a cercare nei giardinetti delle città le erbe per profumare i piatti. Sfruttammo i noccioli di pesca e di albicocca per farne sapone. Imparammo a fare il pane con la segale e rinunciarono al caffè. Cucinammo dolci senza uova zucchero o farina. Imparammo a fare il the utilizzando le foglie di mora.
Sostituimmo gli uomini in tutti i lavori che prima della guerra facevano solo loro, fummo costrette e ci abituammo a pensarci in maniera nuova, non ci vedemmo più costrette a condurre la nostra vita incatenate al ruolo di moglie e di madre, ci riuscimmo brillantemente ma non riuscimmo a sradicare dalla mente degli uomini i pregiudizi e subimmo lo scherno  dei nostri compagni di lavoro, subimmo l’umiliazione di vignette pubblicate sui giornali che prefiguravano sciagure causate dal deragliamento di tram guidati da noi. Quando qualcuna, con i primi guadagni si concesse la piccola vanità di acquistare un profumo venimmo criticate aspramente dagli uomini che ci considerarono frivole e insensibili nei confronti dei soldati che morivano al fronte. Venimmo giudicate immorali quando, nelle pause dal lavoro imparammo a fumare e sottraemmo ai maschi il monopolio di quel vizio.
Già dal 1912 l’orario di lavoro era di otto ore, ma quando entrammo in massa nelle fabbriche ci si dimenticò presto di questa regola, i nostri turni erano lunghissimi e a casa non c’era nessuno che potesse sostituirci nelle mansioni domestiche. Il salario era minimo e la fame era ospite fissa in casa.
Stringemmo i denti e la cinghia finché, con un coraggio che solo noi potevano dimostrare, iniziammo a scioperare per ottenere salari più alti e orari ridotti.
Fummo le protagoniste delle grandi manifestazioni, represse duramente, che nel 1917 chiedevano a gran voce la fine della guerra.
In un modo o nell’altro la guerra finì, e con la guerra finì bruscamente anche l’illusione di aver conquistato a pieno titolo il diritto di avere un ruolo importante nella società.
Gli uomini tornavano a casa dopo lunghi anni di guerra e noi tornavamo nelle case dove avremmo dovuto attendere ancora per lunghi anni affinché parole come “diritto”, “coraggio”, “rappresentanza” venissero declinate anche al femminile.
Tornammo nelle nostre case, ai nostri ruoli tradizionali, ritornammo ad essere figlie, madri, mogli e per molte di noi, per troppe di noi, il futuro fu quello di essere vedove e orfane di guerra.
E’ a queste donne, a queste nostre sorelle che dedichiamo questa serata nella speranza che non venga più un tempo dove l’emancipazione, la conquista della piena cittadinanza, la liberazione dalle catene imposte dalla sottomissione, dall’umiliazione e dalla violenza sia conseguenza della perversa abitudine degli uomini a fare la guerra.
PRESENTAZIONE BAMBINA
Nessuno è troppo piccolo di statura, troppo gracile di torace, troppo debole per evitare di fare il proprio dovere durante la guerra! Nessuno è troppo giovane di età. Ignorati, se non considerati niente più che inutili bocche da sfamare, per i bambini, durante gli anni della Grande Guerra, si apre una nuova era. Vengono raffigurati come il futuro della Patria, per i quali vale la pena combattere e rischiare la vita.Ma per essere degni del sacrificio che i loro padri stanno compiendo in trincea questi piccoli uomini e donne vanno ben educati, ben istruiti. Ed è così che cambiano metodi e programmi di insegnamento. Insieme ai modelli di riferimento, cambiano persino i giocattoli con quali impegnare il tempo libero che lascia loro la scuola. Anche i giornalini illustrati si colorano di grigioverde. Amore per la  Patria e per la  Guerra diventano le principali parole d’ordine destinate ai più piccoli. Il mondo degli adulti, impegnato a scannarsi in mezza Europa, gettava le basi per garantirsi un futuro “esercito di riserva”. Quando la guerra finì non ci si dimenticò di loro, erano state gettate le basi per costruire i futuri figli della lupa e le piccole italiane.
TESTO BAMBINA MATILDE GADDA
La guerra entrò nella mia classe durante l’anno scolastico 1915/1916 e non ne uscì più…A scuola si leggevano i giornali e i periodici che narravano episodi di guerra. Dovevamo esaminare e descrivere vignette, quadri, cartoline illustrate che rappresentavano momenti di guerra e atti di eroismo del nostro esercito. Imparavamo a memoria i nomi dei monti dove si facevano onore i nostri soldati e quello dei fiumi che da confine naturale diventavano la linea del fronte. Calcolavamo la superfice dei territori conquistati, ci venivano elencati i nomi dei Comuni che giorno dopo giorno diventavano italiani. Ci venivano insegnate parole per noi nuove… mobilitazione… leva militare… imboscati… Le nostre maestre ci volevano entusiasti per la guerra, così come lo era stato il nostro popolo, ci dicevano…Ci facevano leggere in continuazione la dichiarazione con cui il nostro Re aveva proclamato la guerra all’Austria. Ci invitavano a compiere riflessioni morali sui caduti in guerra e sui feriti… i ciechi…  gli storpi… i mutilati. Ci educavano alla pietà nei confronti degli orfani di guerra. Seguivamo lezioni dedicate alle armi, alle munizioni, agli esplosivi e ai gas asfissianti. Agli aeroplani, agli idrovolanti, ai sottomarini e ai siluri. Alle trincee, ai reticolati, alle retrovie e ai camminamenti. I problemi di matematica non riguardavano più il calcolo del resto di una spesa che ci aveva affidato la mamma. Calcolavamo il costo medio di un soldato al giorno, al mese, all’anno. Rapportavamo il numero dei nostri soldati a quello degli eserciti delle altre nazioni impegnate nella guerra. Un giorno ci dissero che avremmo visitato un ospedale militare e, per preparaci meglio, chiesero ad una nostra compagna che era stata a trovare suo padre ferito di raccontarci cosa aveva visto e lei si espresse così: Chi fa la guerra sono tutti poveretti perché di signori non ce n’erano lì in terra. La maestra le diede un ceffone e la visita fu annullata… Anche i nostri giochi cambiarono. I maschietti sostituirono le spade di legno con riproduzioni perfette dei fucili che i soldati usavano al fronte, potevano indossare elmetti e giberne costruite su misura per loro. A noi femminucce toccarono bamboline vestite da infermiera. Poi, finalmente, la guerra finì e il nostro entusiasmo doveva essere rivolto alla vittoria. Pensavamo che dopo la guerra sarebbe arrivata la pace, ma nessuno ci insegnò mai con quali colori avremmo potuto dipingere questa bella parola…
PRESENTAZIONE CROCEROSSINA
Furono diecimila le donne italiane che aderirono all’appello lanciato dalla Croce Rossa e che, volontariamente prestarono la loro opera all’assistenza dei soldati feriti in battaglia durante la Grande Guerra. 984.000 furono i militari ai quali le crocerossine si dedicarono. Partirono con entusiasmo ma, ben presto, si accorsero della realtà drammatica della guerra. Si dimostrarono capaci di sforzi enormi, lavorarono per notti intere sui treni-ospedali, prestarono i primi soccorsi inginocchiate su pagliericci, assistettero i medici nelle amputazioni. Fornirono assistenza morale ai mutilati, chiusero gli occhi ai morti, scrissero lettere a casa dei soldati feriti, seppero dire parole di tenerezza a uomini abbrutiti dalle sofferenze e dalla paura. Quarantaquattro di loro morirono nel compimento del loro dovere. Una di loro è sepolta a Redipuglia, insieme a centomila caduti, tutti uomini.
TESTO CROCEROSSINA MONICA BARLOCCHI
Sono in chirurgia e faccio tutte le medicazioni, assistendo il chirur­go nelle operazioni. Sono la sola infermiera che lo faccia: può imma­ginare quindi che non c'è molto tempo da perdere e dalle sette e mezzo del mattino fino alla sera io lavoro sulle ferite, poi, appena in camera, vado a letto stanchissima e dormo come devono dormire i contadini dopo l'aratura! Non ha idea di come sia felice di questa vita, ed orgogliosa anche di poterla fare — di poter vincere così tutte le ripugnanze, di resistere a tutti gli orrori ed essere sempre serena. Mi pare di essere diventata migliore, ma forse è un'illusione... Ho trovato finalmente la tranquillità e la pace...
I feriti giungevano numerosissimi, assai gravi, in uno stato pietosis­simo, alcuni impazziti, altri terrorizzati, tutti sgomenti, sconvolti, cogli abiti inzuppati di sangue ed infangati. Le grandi sofferenze strappava­no loro urla di dolore. Come bimbi invocanti la madre, il loro sguardo smarrito, inebetito quasi, si posava su noi come per chiedere aiuto e protezione. Poter alleviare i loro dolori, far ritornare a poco a poco la calma nei loro volti, la speranza nel loro cuore, la fiducia nella vita, questo era il compito che m'ero prefisso [...] l'illusione che la nostra presenza dava loro di aver accanto la madre, la sorella, la persona a loro più cara, faceva sì che i loro ultimi momenti fossero un po' meno dolorosi".
Fra tutte le operazioni dunque, più o meno gravi, quella che a me produceva il senso del più grande sgomento era l'amputazione. Dover rimanere con l'arto amputato in mano era più forte di me; e quando, costretta dalla necessità, mi toccava farlo, ne soffrivo immensamente. Restare con una gamba fra le mani, con un braccio, con un piede, divenuti inutili, che si dovevano poggiare, starei per dire con indiffe­renza, su di un apposito tavolo, eri una cosa terribile
Non ne posso più; e maledico la guerra, e maledico il destino, e maledico quelli che l'hanno voluta, quelli che l'hanno preparata, pro­vocata... Basta sangue, basta pus, basta strida, basta morte, basta lagri­me. Tutta la nostra giovinezza si ribella, si rivolta disperatamente; tutta
la nostra anima nei giorni avanti come impietrita come abbrutita dal­l'angoscia, si ridesta in noi e prorompe con violenza cieca, ostile, con­tro tutto e tutti. Poi ci assale come un desiderio infinito di fuggire, di morire..."
Non ho più quasi il coraggio di continuare a scrivere questo mio diario, tanto è triste; eppure non voglio dimenticare il periodo più sacro della mia vita, e se non notassi tutte le sere, per quanto stanca, sono certa che non potrei ricordare che in blocco i fatti salienti; voglio poter più tardi rileggere giorno per giorno il martirio e l'eroismo della nostra gente, che col suo sangue e con la vita, ci avrà dato la Vittoria! Non dimenticare, non dimenticare bisognerà".
E qui si rivela l'infermiera di vocazione, che sa diventare semplice­mente una mamma, anche con ragazzoni che hanno quasi la sua età, e riesce a compiere le più umili bisogne con quella prestezza di mano, con quella delicatezza di modi, con quella semplice affettuosità che ispirano una confidenza rispettosa e placano ogni allarme di pudore. Non sono più un uomo ed una donna, di fronte l'uno all'altro: sono due creature, unite nello stesso spirito e nello stesso sentimento e mentre l'una dà, l'altra riceve, con core puro, il più ineffabile dei doni, la carità
Sono in chirurgia e faccio tutte le medicazioni, assistendo il chirur­go nelle operazioni. Sono la sola infermiera che lo faccia: può imma­ginare quindi che non c'è molto tempo da perdere e dalle sette e mezzo del mattino fino alla sera io lavoro sulle ferite, poi, appena in camera, vado a letto stanchissima e dormo come devono dormire i contadini dopo l'aratura! Non ha idea di come sia felice di questa vita, ed orgogliosa anche di poterla fare — di poter vincere così tutte le ripugnanze, di resistere a tutti gli orrori ed essere sempre serena. Mi pare di essere diventata migliore, ma forse è un'illusione... Ho trovato finalmente la tranquillità e la pace...
I feriti giungevano numerosissimi, assai gravi, in uno stato pietosis­simo, alcuni impazziti, altri terrorizzati, tutti sgomenti, sconvolti, cogli abiti inzuppati di sangue ed infangati. Le grandi sofferenze strappava­no loro urla di dolore. Come bimbi invocanti la madre, il loro sguardo smarrito, inebetito quasi, si posava su noi come per chiedere aiuto e protezione. Poter alleviare i loro dolori, far ritornare a poco a poco la calma nei loro volti, la speranza nel loro cuore, la fiducia nella vita, questo era il compito che m'ero prefisso [...] l'illusione che la nostra presenza dava loro di aver accanto la madre, la sorella, la persona a loro più cara, faceva sì che i loro ultimi momenti fossero un po' meno dolorosi".
Fra tutte le operazioni dunque, più o meno gravi, quella che a me produceva il senso del più grande sgomento era l'amputazione. Dover rimanere con l'arto amputato in mano era più forte di me; e quando, costretta dalla necessità, mi toccava farlo, ne soffrivo immensamente. Restare con una gamba fra le mani, con un braccio, con un piede, divenuti inutili, che si dovevano poggiare, starei per dire con indiffe­renza, su di un apposito tavolo, eri una cosa terribile r",
Non ne posso più; e maledico la guerra, e maledico il destino, e maledico quelli che l'hanno voluta, quelli che l'hanno preparata, pro­vocata... Basta sangue, basta pus, basta strida, basta morte, basta lagri­me. Tutta la nostra giovinezza si ribella, si rivolta disperatamente; tutta
la nostra anima nei giorni avanti come impietrita come abbrutita dal­l'angoscia, si ridesta in noi e prorompe con violenza cieca, ostile, con­tro tutto e tutti. Poi ci assale come un desiderio infinito di fuggire, di morire..."
Non ho più quasi il coraggio di continuare a scrivere questo mio diario, tanto è triste; eppure non voglio dimenticare il periodo più sacro della mia vita, e se non notassi tutte le sere, per quanto stanca, sono certa che non potrei ricordare che in blocco i fatti salienti; voglio poter più tardi rileggere giorno per giorno il martirio e l'eroismo della nostra gente, che col suo sangue e con la vita, ci avrà dato la Vittoria! Non dimenticare, non dimenticare bisognerà".
E qui si rivela l'infermiera di vocazione, che sa diventare semplice­mente una mamma, anche con ragazzoni che hanno quasi la sua età, e riesce a compiere le più umili bisogne con quella prestezza di mano, con quella delicatezza di modi, con quella semplice affettuosità che ispirano una confidenza rispettosa e placano ogni allarme di pudore. Non sono più un uomo ed una donna, di fronte l'uno all'altro: sono due creature, unite nello stesso spirito e nello stesso sentimento e mentre l'una dà, l'altra riceve, con cuore puro, il più ineffabile dei doni, la carità
PRESENTAZIONE DONNA VIOLENTATA
Nell’anno che va dalla rotta di Caporetto alla fine della guerra migliaia di donne friulane e venete furono violentate, quasi sempre da soldati in gruppo. Furono stuprate giovani donne ma anche anziane di ottant’anni e bambine di sette. 735 furono le donne che denunciarono di aver subito violenza ma è sicuramente un numero molto inferiore alla realtà. La maggior parte delle donne non raccontò mai quel che aveva sofferto. Il pudore e la mentalità del tempo isolò le vittime e rese ancor più amara la loro sofferenza. Sofferenza moltiplicata all’infinito per quelle donne che a causa della violenza subita rimasero gravide e partorirono bimbi che vennero chiamati “figli del nemico” o “figli della guerra”. Non potevano andare in orfanotrofio perché non erano orfani. Ma quasi mai gli uomini di casa permisero alle madri di tenere i “piccoli tedeschi”. Nel dicembre del 1918, a Portogruaro, venne creato l’”Ospizio dei figli della Guerra”. Nel giro di poche settimane nacquero o arrivarono in questo Istituto 327 bambini. Il racconto delle loro storie è stato reso possibile solo quando fu istituita una Commissione d’inchiesta che aveva lo scopo di quantificare i “danni di guerra”.
TESTO DONNA VIOLENTATA MATTIA D’AGOSTINO
A Soffratta di Vazzola, in provincia di Treviso, "due soldati ungheresi per violentare più tranquillamente una giovinetta, che vegliava il padre infermo a letto, uccisero con i calci dei fucili quest'ultimo".
A Rasai, nel feltrino, un uomo venne legato da quattro soldati austro-ungarici ad un palo "ed obbligato ad assistere in quella posizione allo stupro della moglie". Alla fine fu torturato ed ucciso.
A Feltre (provincia di Belluno) una donna e la figlia di quattro anni vennero violentate ed assassinate da soldati austriaci nel loro negozio.
Il 29 gennaio 1918 al nosocomio cittadino venne accompagnata una donna della frazione di Bes, con varie abrasioni al viso e alle mani. Alcuni soldati bosniaci erano penetrati nella sua casa e, con minacce a mano armata, l'avevano "imbavagliata, trascinata nella stalla e violentata".
A Faverga, nei primi giorni dell'occupazione, un maggiore austriaco introdottosi nella stanza da letto di B.L. cercò di indurla "a cedere alle sue voglie" ma la donna si buttò dalla finestra.

Nel distretto di Feltre, quattro soldati irruppero, nel dicembre 1917, in una "casa isolata in aperta campagna" di un sessantenne, mendicante e privo del braccio sinistro. Rinchiusero l'uomo e la figlia in una stanza e "sfogarono tutta la loro libidine" sulla moglie M.T. "d'anni 50 malaticcia".
A Sofratto di Mareno (provincia di Treviso) una donna venne legata e violentata da tre militari germanici in presenza del marito "che per sommo scherno fu costretto a illuminare la scena con la candela accesa".
A Zuccola, presso Cividale del Friuli, il primo novembre 1917, il padre inutilmente supplicò tre soldati ungheresi del 19° Reggimento che violentarono lo stesso la figlia diciassettenne Z.M. La violenza venne ripetuta la sera successiva da soldati della stessa unità "che, strappando la ragazza da sotto il letto, la trasportarono fuori della casa per abusarne in 7".
Minorenni, bambine, vecchie e inferme, nessuna sfuggì alle aggressioni.
A Torreano nel novembre del 1917 quattro graduati ungheresi bloccarono A.M., una ragazza di 15 anni, "spianando le rivoltelle contro la madre accorsa e la trascinarono nella cucina di una casa vicina", violentandola a turno.
A Conegliano e a Farra d'Alpago (provincia di Belluno) vennero violentate due vecchie di 80 anni.
A Fiume Veneto, in provincia di Treviso,"in una delle prime notti dell'invasione, alcuni soldati ungheresi armati di baionetta si introdussero nella casa isolata di certo M., un povero sciancato, il quale aveva la moglie a letto per recente aborto, assistita dalla sorella: salirono nella stanza dell'ammalata, fecero discendere al piano terreno il marito e la cognata e mentre alcuni di essi li trattenevano impedendo loro di gridare, gli altri rimasti in camera violentarono la puerpera. Poi gli altri ne imitarono l'esempio sulla ragazza."
"Anche gli ospedali non erano più luoghi sicuri. In quello di Oderzo subirono violenze le stesse suore infermiere le quali poi confessarono alla Commissione che, per non avere noie, "bisognava accontentare gli ufficiali nemici in tutto".
PRESENTAZIONE LAVORATRICE
Quando cominciano a tuonare i cannoni gli uomini partono per il fronte e centinaia di migliaia di donne restano a casa con nidiate di figli. I posti di molti contadini ed operai lasciati vuoti devono essere coperti da chi è restato a casa e non sarà mai chiamato al fronte: le donne. Un momento molto importante per la storia sociale del nostro Paese: da "angelo del focolare domestico" a membro attivo dell'economia e della società produttiva. Durante la guerra, in Italia, così come negli altri paesi belligeranti, le donne sostituiranno gli uomini in ogni settore della produzione e dell'economia: alla fine della guerra, nel novembre del 1918, il 75% della produzione italiana sarà in mani femminili. Tuttavia, a parità di lavoro, le donne italiane, diversamente da quelle inglesi, francesi o tedesche, continueranno ad essere pagate meno degli uomini e ad essere guardate con sospetto e ostilità per aver invaso campi tradizionalmente maschili.
TESTO LAVORATRICE  FRANCESCA ZILIANI
Quando gli uomini andarono in guerra, imparammo a coltivare i campi e garantimmo la sopravvivenza a noi e ai nostri figli. Imparammo a guidare treni e tram, diventammo postine e  pompiere. Entrammo nelle fabbriche e sostituimmo gli uomini anche nei lavori più pesanti. Quando ci videro al lavoro dissero che il mondo si era rovesciato. Ma non si era rovesciato il pregiudizio nei nostri confronti. E, rispondendo ad un questionario, i padroni delle fabbriche pensavano questo di noi:
Siete soddisfatti delle donne che avete assunto in servizio in sostituzione dei richiamati alle armi?
In generale non si è troppo soddisfatti.
Che cosa avete osservato sulla resistenza delle donne alle fatiche del lavoro?
Le donne sono molto meno resistenti degli uomini: si nota in loro alla fine della giornata un’eccessiva stanchezza. Le malattie alle quali vanno maggiormente soggette sono utero-ovarite, della digestione, delle prime vie respiratorie, fiacchezza e stanchezza generali; non frequentissima la tubercolosi. Le assenze per malattia sono quasi il doppio rispetto agli uomini e più alto è il numero degli infortuni; ciò perché gli infortuni devono in buona parte attribuirsi alla poca diligenza e alla disattenzione delle donne.
Che cosa avete osservato sulla loro disciplina?
Non sono molto disciplinate e chiacchierano molto, non si attengono molto agli ordini di servizio.
Che cosa avete osservato sulla loro puntualità?
Non sono troppo puntuali al servizio e sono numerose le assenze ingiustificate
Che cosa potete dire dei rapporti tra le donne ed i loro compagni di lavoro?
Si hanno frequenti incidenti, dovuti principalmente al loro carattere intollerante.
Le maritate intendono lasciare il lavoro quando torneranno gli uomini o mostrano desiderio di continuarlo?
Noi non siamo intenzionati a tenere in servizio il personale femminile.
Sapete come hanno provveduto le maritate per la custodia dei figli?
No e non ci interessa. Non gli interessava veramente, per loro eravamo semplicemente delle braccia da sfruttare, degli ingranaggi di una macchina che serviva solo a garantire i loro profitti. Iniziarono ad avere paura di noi solo quando, con il coraggio che avevano perso i nostri uomini, decidemmo di scioperare contro le condizioni di lavoro e per salari più alti. Scioperammo anche per la fine della guerra e così, quando la guerra finì veramente, furono ben felici di rimandarci a casa a riprendere il nostro posto di mogli e di madri, due ruoli contro i quali è difficile scioperare.
PRESENTAZIONE PORTATRICE
Duemila donne tra i dodici e i sessant’anni furono reclutate dall’esercito per portare i prima linea nelle loro gerle fino a 40 chili di rifornimenti lungo chilometri di sentieri, affondando con gli zoccoli nella neve, la pelle segnata dalle cinghie, pagate una lira e mezza a viaggio. Allo scoppio della guerra i villaggi della Carnia lungo il confine furono sgomberati: gli abitanti parlavano un dialetto carinziano che suonava tedesco e furono considerati “austricanti”. Poi si scoprì che neppure i muli riuscivano a salire le balze su cui si erano schierati i due eserciti contrapposti. E fu consentito alle donne di tornare alle loro case, purché facessero da portatrici. Così le ragazze della Carnia passarono alla storia come “volontarie”. Molte di loro avevano l’abitudine di salire e scendere lavorando a maglia: una calza nell’andare, un’altra nel tornare.
TESTO PORTATRICE GELMI ROSSANA
Una calza a salire, una a scendere. Qualunque peso avessi nella gerla. Col fischio delle pallottole che trapassa l'anima. Eppure la prima linea, da qui, sotto i miei zoccoli che fanno scricchiolare la neve, sembra così lontana. Ma i piedi sanno la strada. Un'orma dopo l'altra, il mio marchio nel bianco. Uno due tre quattro. Non conto i passi, ma i ferri da calza. Li sfioro con la punta delle dita gelate, quasi ad assicurarmi che siano ancora tra le mie mani. Mi ci aggrappo come a una certezza, l'unica che mi è rimasta: una calza a salire e una a scendere. Dal paese, che ogni mattina all'alba mi lascio dietro le spalle, fino al fronte, oltre i pascoli, dove il mondo sembra finire tra le cime che tagliano il cielo, riesco a fare la prima. La compagna la finisco prima di tornare a valle. Quando tutto è più leggero, magari la gerla no, ma il passo sì, perché mi prende quell'impazienza di arrivare giù e quando vedo la mia casa, quando sento le voci dei bambini dentro Dorina che grida dietro a quelle tre pesti dei fratelli... due sempre in terra a fare la lotta e Gildo che dalla culla pianta certi urli — mi dico che è la prova che ci sono, che ancora per oggi sono viva. E chi sa quei poveretti lassù. Chi sa se ritroverò domani tutti i sorrisi, gli sguardi affilati e le bestemmie che ho contato oggi. Domani è tra una manciata di ore, in fondo. Ma per chi può morire da un minuto all'altro sotto i colpi dell'artiglieria austriaca, il tempo è una collana di attimi. Granelli di presente tenuti insieme dal filo sottilissimo cui è appesa la vita.
Qualcuna di noi prega quando va su. Per non sentire la paura, o per sentirla meno. Per fede vera. Perché li tra le rocce, anche se una non ci pensa, anche solo nei giorni di pace, quando il cuore s'allarga davanti a quelle cime maestose come cattedrali, la preghiera ti sale da sola fino alle labbra... Allo stesso modo in cui l'acqua di sorgente affiora in superficie dalle profondità della terra. E prima che il respiro diventi grosso con la salita, qualcuna azzarda una canzone. Le note si spengono con la fatica, ma quando il fragore dei combattimenti è più vicino e la paura sale improvvisa, quasi fosse una febbre, vorresti poterlo urlare
il tuo canto. Per avere solo quello nelle orecchie e non il boato intermittente dell'artiglieria. Più vicino a ogni passo. Fino alla prima linea, che odora di sangue e disperazione. Nuvole di terra ad ogni scoppio. L'aria scura e irrespirabile. Sassi che schizzano ovunque e schegge. È la morte che gioca a dadi.Io non lo so se prego. Se le mie dita veloci che scorrono sui ferri senza fermarsi in fondo siano un rosario. Forse sì. Senza smettere, scambio qualche parola con le altre. Fanno la calza anche loro, quasi tutte. Incoraggio una giovane appena arrivata, quando la preoccupazione le disegna tra le sopracciglia una ruga verticale sconosciuta ai suoi 16 anni. Mi guardo attorno, scelgo con prudenza il percorso e le soste. E intanto le mani vanno. Me lo sono ripromessa una calza a salire e una a scendere. Ancora un giro di maglia. E tutto, dentro di me, è silenzio.
Delle volte ci capita di portar su solo viveri.
Se è l'ora di pranzo i soldati ci allungano un piatto di sboba, un minestrone caldo che ci allarga il cuore. Sento il sapore metallico del cucchiaio sulla lingua e nelle orecchie il martellare leggero di tante posate nelle gavette prosciugate all'unisono. Ma è subito tempo di scendere. Le gerle ci aspettano colme delle cose da portare a valle e le più giovani sono le ultime a caricarsele in spalla, catturate una dopo l'altra da una ragnatela di sguardi. A molte l'amor di patria ha portato anche il moroso. E ben venga, perché ogni bacio strappato qui mette in scacco la morte. Lei al cielo chiede di trovarlo vivo quando tornerà su, lui che l'Altissimo le protegga ogni passo. E insieme osano l'impossibile, credere nel domani, aspettarlo, desiderarlo come un bicchiere d'acqua in pieno deserto.
PRESENTAZIONE PROSTITUTA
Guerra e prostituzione sono notoriamente, come pratica e come mestiere, due fra le attività più antiche del mondo. Della prostituzione lo si sa e lo si dice da sempre, della guerra lo si dà per sottinteso o quanto meno per scontato vista la stessa natura aggressiva dell’uomo. Al fronte sono consentiti solo due tipi di svaghi: l’alcool e il sesso a pagamento.  A ridosso del fronte o nelle immediate retrovie, vengono istituiti i cosiddetti “Casini di Guerra”. I cattolici premono per chiuderli, ma in questo caso il cattolicissimo Cadorna non ci sente. Li ritiene utili (o meglio indispensabili) al morale delle truppe e già l’11 giugno sollecita la creazione di “appositi locali accessibili soltanto ai militari”e per ammansire i Vescovi delle curie vicino al fronte che scrivono al Papa, elabora la brillante idea di definire i luoghi militarizzati della prostituzione “Case di Tolleranza”…  
TESTO PROSTITUTA LENA NINO
Seee….. Case di tolleranza!!!
Con un’espressione molto efficace, un ufficiale medico italiano definì quei luoghi
«campi di concentramento della lussuria». Noi prostitute, rastrellate come oggetti da massacrare, senza dignità alcuna, da ogni parte del Regno, potevamo arrivare ad avere più di ottanta rapporti al giorno,  abbiamo sentito dire di anche 120 rapporti al giorno… Soldati in fila, letti rossi, scricchiolanti come la  nefasta porta che conduce alla via dell'inferno. Uno dopo l'altro, ed ancora, una fine senza mai fine. Sfogo ed istinto animalesco che andava soddisfatto, per il morale.Ed il morale soccorreva il dovere. Il dovere di uccidere. Erano le stanze della morte, ove anche il sesso puzzava di morte. I casini sono organizzati benissimo: vengono  codificate le norme igieniche per stanze e per persone, per il prima e per il dopo. Viene realizzata la carta d’identità della prostituta con nome, pseudonimo e foto. I bordelli militari all’italiana sono organizzatati così bene che i francesi mandano un
a missione per capire e copiare.
Limite massimo 10 minuti.
Il soldato guadagna 10 centesimi più 40 di indennità di guerra per un totale di 50 centesimi al giorno. Una prestazione costa 1 lira e cinquanta. Facendo i cosiddetti conti della serva ognuna di noi incassa mediamente 120 lire al giorno. Considerando che nel 1915 il reddito medio annuo lordo è di 718 lire a persona, ci si rende conto che è già un business, ovviamente per chi lo gestisce, non per noi poveracce. Sfruttate, indispensabili alla truppa, ma contemporaneamente vessate. Nel manuale di antropologia criminale ad uso dei medici e degli studenti di medicina e di giurisprudenza di Enrico Morselli (1918) così veniamo descritte:
“ La donna di bordello è per lo più creatura morfologicamente mal costrutta, dotata di un ancor più basso potenziale psichico: nella gerarchia dei valori sociali essa va ad occupare i gradini sottostanti alla normalità.
Diventano mercenarie d’amore quelle donne che pur hanno in loro stesse una predisposizione individuale manifestantesi con le caratteristiche morfologiche, fisiologiche e psicologiche del triste albero della degenerazione”
Insomma, per questo coglione, prostitute si nasce e non lo si diventa per fame, per paura, per sottomissione da parte di uomini che ci hanno costretto con la violenza a vendere il nostro corpo per arricchirli. Eppure noi che lavoravamo nei “casini di guerra” potevamo dirci fortunate, c’era chi, più disperate di noi, si prostituiva illegalmente. Rischiando la galera o la condanna peggiore delle malattie veneree. Il General Cadorna in persona aveva prescritto visite periodiche trisettimanali per conservarci in buona salute, poco importa se queste visite venivano eseguite da medici frettolosi che approfittavano di quell’occasione per frugare i nostri corpi gratuitamente… Dovevamo conservarci in buona salute per soddisfare le voglie di un esercito di clienti che attendeva in fila il proprio turno e poi consumava l’atto in pochi istanti, senza amore e senza preliminari. Come la produzione di armi e la morte, anche l’esercizio della sessualità assunse, per i soldati al fronte, una dimensione industriale: divenne un’attività da esercitare in serie, in una specie di catena di montaggio, in cui noi prostitute, l’anello più debole, eravamo considerate un ingranaggio intercambiabile, oggetto di volgare disprezzo, di condanna sociale pubblica e di emarginazione.
PRESENTAZIONE INVIATA
Stefania Turr potrebbe sembrare una pazza !! Ma è difficile non restare segnate da un padre carismatico come il suo…  Nonostante le sue origini ungheresi, combattè a fianco di Garibaldi per cacciare gli occupanti austriaci dall’Italia. Il suo sogno è imitarlo, ma consapevole delle difficoltà , si propone come inviata di guerra per il giornale da lei fondato; La Madre Italiana. Dopo numerosi tentativi respinti, prende gli alti comandi per sfinimento e viene accontentata. Percorre il fronte quasi per intero. Sale sul San Michele e sul Monte Nero, cammina tra le trincee del Carso, visita il Calvario e Caporetto, descrive il Sabotino e Gorizia, vede Monfalcone e si spinge fini sotto l’Hermada. Ha con sé una macchina fotografica. Alle lettrici racconta come vivono i loro figli e mariti, descrive la gioia con cui accolgono i pacchi pieni di vestiti e viveri. Le capiterà anche di incontrare il Re ed il Generale Cadorna e li descrisse come degli intrepidi eroi del passato. Ma la visione diretta del conflitto cambieranno per sempre il suo linguaggio ed il suo pensiero. A guerra finita, la corrispondente di guerra si batterà per l’emancipazione femminile, ma per ottenere un diritto elementare come quello del voto, le donne italiane dovranno superare un’altra Guerra Mondiale.
TESTO INVIATA GIORGI SILVIA
I racconti guerreschi di mio padre non erano stati recitati invano presso la mia culla.
A tre anni giocavo alla guerra [...] e facevo un fracasso indiavolato nelle battaglie che improvvisavo. [...] A 4 anni mettevo in fila maschietti e bimbe ed io in testa si marciava, naturalmente contro l’Austria. A 5 con le lettere maiuscole che papà mi aveva comprato per insegnarmi l’alfabeto composi due frasi: «Viva il re, a morte l’Austria». A 7, in una battaglia navale affondai tutta la flotta di mio cugino Loulou, ancorata nella gran vasca del giardino di casa nostra sul Lago di Balaton «così perisca l’Austria! Gridai» Mi pareva di non essere più una debole donna, che andava tra i soldati solo per compiere un’opera morale ma in quella vece di dover partire per prendere il comando di un reggimento, per affrontare la vera guerra, e quando da tanta ossessione io cadevo nella realtà e mi veniva da arrossire per l’impossibilità dei miei sogni, mi veniva anche di dare un gran sospiro. Io vado al fronte, e vorrei gridarlo alto specialmente a quella damina che mi sta incontro tutta agghindata come una pupattola e tutta intenta a tenere in buon ordine le pieghe del suo abito [...]
e anche a quel giovanotto che mi pare così brutto nel suo abito borghese: che diamine, un giovanotto vestito da borghese in un treno che va verso Udine, ma perché vi è montato? E’ necessario che l’Esercito senta che la Nazione ha fiducia in Lui, che i soldati, nell’olocausto delle loro vite, sentano che tutto il popolo è in devota ammirazione, e Voi attingerete la ferma fiducia che l’Esercito è grande, i soldati valorosi. Italiani! Un solo grido erompa dai nostri petti: Viva l’Italia, viva l’Esercito!Anche se non una sola casa della piazza era stata colpita, la scena era di assoluta desolazione. Vedevo per la prima volta le ferite aperte dopo un bombardamento e la distruzione recente sembrava accentuarne la crudeltà. Vagabondammo lungo la strada dietro l’albergo fino alla bella chiesa gotica che aveva una navata distrutta; poi svoltando un angolo, arrivammo a una povera casa borghese che aveva perso l’intera facciata. La squallida esposizione di piani crollati, armadi sfasciati, telai dei tetti penzolanti, coperte ammonticchiate, poltrone, stufe, lavabi rovesciati era molto più dolorosa della chiesa colpita, avvolta nella dignità del martirio. La casa mi faceva pensare a una persona timida e abitudinaria messa a nudo nella pace abbagliante di una grande sciagura. Con una stretta al cuore pensavo alle migliaia di soldati esausti, malati, affamati che si trovano nelle trincee fangosa. Non migliaia ma milioni. Cerco di capire quale sia il senso di tutto ciò, le immani, indicibili sofferenze di milioni dei migliori uomini, e quando dico milioni dei migliori uomini, e quando dico milioni bisogna che moltiplichi questa cifra per dieci contando le mogli, i figli, i genitori, le fidanzate e i parenti che patiscono un indicibile tormento.
PRESENTAZIONE MADRE
Se 600.000 furono i soldati italiani che morirono durante la Prima  Guerra Mondiale, incalcolabile è il numero di orfani e di vedove che lasciarono dietro di loro. Ancor più difficile è calcolare il numero di quelle donne che vissero la sofferenza indicibile (nel vero senso della parola) di trovarsi nella condizione di madri che perdevano il loro figlio. La propaganda bellica si impossessò della loro immagine, furono coniate medaglie con cui decorarle durante le pompose cerimonie ufficiali, furono innalzati monumenti a loro dedicati… E’ solo grazie alle lettere sfuggite alla censura che possiamo cogliere il loro reale stato d’animo.
TESTO MADRE LINA IMPERFETTO
Altopiano del Carso, 26 ottobre 1917
Cara madre,
ti scrivo solo adesso, perché solo ora mi sono stati concessi un foglio, una penna dal pennino spuntato ed un pò  d’inchiostro. Siamo in guerra da circa due anni e la situazione non è per niente cambiata. Io ho paura, potrei vedere la morte da un momento all’ altro, e la guerra di trincea è un vero strazio. Siamo costretti a vivere in buche scavate nel terreno e mangiamo molto poco, i topi ed altri insetti convivono con noi e molti si ammalano di dissenteria. Inoltre il generale Cadorna è un vero tiranno e nessuno, nel mio reggimento, prova simpatia per lui: lui e gli altri alti ufficiali sembrano veramente incapaci di guidare un esercito ed in questi giorni le truppe sono talmente disorientate che gli Austriaci continuano ad avanzare. Non contento delle sconfitte e delle migliaia di vittime, Cadorna,  spesso fa fucilare soldati italiani accusandoli, ingiustamente, di diserzione o vigliaccheria. Cara madre io sono  ancora vivo e spero di tornare a casa sano e salvo, ma in queste condizioni, ben presto, l’esercito austriaco ci travolgerà tutti. Ti abbraccio e ti bacio tuo figlio Gianni
Milano, 28 ottobre 1917
Figlio mio,
Perché sei voluto partire per questa avventura che credevi emozionante? A me sembra solo un cammino incontro alla morte, quanto vorrei stringerti forte in questo momento così difficile.Il dottore ha detto che tuo padre sta peggiorando inesorabilmente e che, senza medicine, resisterà al massimo un mese. Per favore torna a casa poiché, se tuo padre dovesse venire a mancare, toccherebbe a tuo fratello più piccolo di fare il  capofamiglia. Non buttare la tua vita a soli 23 anni; pensa a Marinella che attende con ansia il tuo ritorno, pensa ai campi aridi ed alle mandrie, pensa  alla tua bella terra dove ancora regna la pace.Torna presto, tua madre
Riva del Piave, 14 novembre 1917
Cara madre,
Come pensavo, le truppe austro tedesche hanno sfondato le nostre difese e sono entrate nel territorio italiano. Finalmente Cadorna è stato congedato e sostituito dal generale Armando Diaz; lui sì che è degno di stare alla testa di un esercito e ci sta per davvero, senza nascondersi dietro le sue truppe. Ci ha fatto assestare sul Piave dove abbiamo ingaggiato una resistenza furiosa. Se gli austriaci dovessero sfondare anche queste difese dilagherebbero nella pianura  Padana ed a quel punto la guerra sarebbe  persa. Madre, nonostante il fatto che riusciamo a contrastare i nemici, il mio cuore pena tanto: ogni giorno vedo arrivare nuovi giovani pronti a morire, ma che non sanno a cosa vanno incontro e vedo fuggire intere famiglie dai villaggi distrutti e devastati dalle bombe e dai gas tossici. L’ altro giorno una bambina è arrivata nel nostro ospedale da campo con una ferita di striscio provocata da un proiettile; perché tutto questo dolore? Questi piccoli e indifesi bambini cosa hanno fatto per perdere i genitori o la loro stessa vita?
Nel mio reggimento c’è un poeta, tale Giuseppe Ungaretti, che esprime le sue emozioni e gli stati d’animo nei confronti della guerra componendo poesie. Ne ha composta una anche per me e per Marinella. Dille che appena la guerra finirà la sposerò e finalmente potremo vivere insieme. Ti abbraccio forte, tuo figlio
Milano, 15 novembre 1917
Figlio amato,
ti devo dare una brutta notizia, tuo padre è morto ed ora tuo fratello di 12 anni è diventato il capofamiglia. Riusciamo a stento a vivere con il tuo compenso e Marinella inizia a cedere alla corte dei ragazzi del paese. Il raccolto è tutto seccato ed il terreno è arido; le mandrie si stanno decimando poiché il fieno scarseggia. Torna a casa ed aiuta la tua famiglia! Lascia stare questa guerra inutile! Ti prego ascoltami. Tua madre
Vittorio Veneto, 4 novembre 1918
Madre,
finalmente la guerra è finita ed è stata vinta da noi. Il generale Diaz, avuta notizia che molti soldati stavano abbandonando le loro posizioni per andare al fronte per difendere la patria, ha sferrato delle offensive decisive che hanno costretto gli Austriaci alla resa; una tattica davvero intelligente. I nemici hanno firmato l’armistizio e siamo tutti liberi di tornare a casa. Sarò a Milano tra un paio di giorni e non vedo l’ ora di riabbracciarvi tutti, soprattutto Marinella. Comunque non scrivermi più poiché sosterò qui ancora molto poco.
A presto, Gianni
E invece no!
Gianni non è mai tornato, Marinella ha sposato il figlio del droghiere e a me non è rimasta nemmeno una tomba su cui piangere.
Il suo nome è uno dei tanti scritti su di una grigia lapide con gli altri “eroi”…
Beato il popolo che non ha bisogno di eroi
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